Il matrimonio del minore

Il matrimonio del minore

Io sono laureata in giurisprudenza e ho fatto la tesi triennale in diritto di famiglia, sul matrimonio del minore.

E’ un argomento poco noto. Alcuni pensano che ci si possa sposare solo dopo i 16 anni perchè si diventa minori emancipati, altri ritengono che sia il matrimonio a creare l’emancipazione, altri ancora che ci si possa sposare solo se si è già ottenuta l’emancipazione. Insomma, un bel minestrone.

Con l’articolo di oggi, voglio fare un po’ di chiarezza.

La disciplina prima del 1975

Prima del 1975, la legge prevedeva il raggiungimento della maggiore età a 21 anni e faceva coincidere con questa, l’età minima per contrarre liberamente matrimonio. Tuttavia, l’art. 84 c.c. prevedeva la possibilità anche per i minori di anni 21 di sposarsi: infatti, era possibile contrarre validamente matrimonio dopo il compimento dei 14 anni per la donna e 16 anni per l’uomo.
Il permesso dei genitori o del tutore era condizione necessaria e sufficiente per contrarre matrimonio prima del compimento della maggiore età.
Era inoltre possibile abbassare ulteriormente il limite minimo d’età a 12 anni per la donna e 14 anni per l’uomo, ma in questo caso non era più sufficiente il permesso dei genitori: era necessario che ricorressero gravi motivi e che fosse accordata una dispensa dal Capo dello Stato o dall’autorità a ciò preposta.

Il parametro di valutazione utilizzato, essenzialmente sotto l’influenza del codice di diritto canonico, per individuare l’età minima per contrarre matrimonio, era costituito fondamentalmente dall’idoneità sessuale dei soggetti, idoneità che, in linea di massima, la donna raggiunge prima dell’uomo. Se, tuttavia, si tiene presente che il matrimonio è un negozio giuridico e l’età fissata per porre in essere validamente qualunque altro tipo di negozio era 21 anni, risulta evidente che il parametro di riferimento per valutare l’idoneità dei soggetti ad assumersi l’impegno matrimoniale, era qualitativamente diverso rispetto a quello utilizzato per valutare l’idoneità dei soggetti a porre in essere tutti gli altri atti giuridicamente validi.
Questa palese incoerenza si saldò con il contesto storico dell’inizio degli anni Settanta, che vedeva una rivoluzione dei rapporti sociali ispirata al valore della parità tra uomo e donna e al tramonto della famiglia patriarcale, e con la nuova concezione della famiglia come società composta da persone consapevoli delle loro responsabilità, in grado di dare maggiore stabilità all’istituto del matrimonio, inteso come unione spirituale e materiale: tutti questi motivi portarono il legislatore alla decisione di inserire nella riforma del diritto di famiglia l’innalzamento dell’età matrimoniale.

La disciplina dopo il 1975

L’attuale normativa prevede che l’età minima per contrarre matrimonio coincida con la maggiore età per entrambi i coniugi, senza alcuna distinzione di sesso.
Tuttavia il divieto di contrarre matrimonio prima dei 18 anni non è inderogabile.
Il Tribunale per i Minorenni può autorizzare a contrarre matrimonio il minore che abbia compiuto i 16 anni.

L’autorizzazione del Tribunale sostituisce l’assenso dei genitori previsto nella disciplina previgente: l’ingerenza dell’autorità parentale viene eliminata in quanto il matrimonio è un atto personale degli sposi, che implica una loro assunzione di responsabilità e che deve prescindere dall’influenza della famiglia d’origine.
Per essere ammesso al matrimonio, il minore infradiciottenne deve dimostrare di fronte al Tribunale di avere una sufficiente maturità psico-fisica, fondate ragioni e gravi motivi per la sua richiesta; sulla scorta degli elementi raccolti, il giudice procede o meno all’autorizzazione delle nozze, decidendo con decreto emesso in Camera di Consiglio.

La maturità psico-fisica

Il legislatore, nella stesura della norma, non ha inserito nessuna indicazione, nessun parametro oggettivo a cui il giudice possa riferirsi nell’accertamento della maturità psico-fisica del minore che domanda l’autorizzazione al matrimonio. Di conseguenza, non esiste una definizione astratta e sicuramente corretta di questo requisito richiesto dalla legge, il quale resta inevitabilmente legato alla soggettiva interpretazione del giudice.

In generale, si ritiene che la maturità psico-fisica debba essere intesa come complessiva idoneità del soggetto ad intendere il significato del matrimonio nella sua complessità ed integralità e ad affrontare la vita coniugale con le relative responsabilità.

Questa interpretazione è coerente con i cambiamenti sociali intervenuti e con la nuova concezione del matrimonio, non più mera istituzione e comunità produttiva, ma comunità di affetti nella quale si sviluppa la personalità di ciascuno.
Ecco che, allora, elemento fondamentale di valutazione, in ordine alla capacità matrimoniale, diventa non più la maturità fisiologica bensì quella psicologica, intesa come idoneità a comprendere il significato e la portata dell’istituto matrimoniale, soprattutto in una società caratterizzata dalla mancanza di sicuri modelli di vita, e dove si è passati dalla famiglia patriarcale (nella quale alla immaturità e all’inesperienza dei giovanissimi coniugi sopperivano il sostegno e la maturità dei più anziani) alla famiglia nucleare (in cui si richiede invece una maggiore autonomia e sicurezza non soltanto psicologica ma anche economica).

La gravità dei motivi e la fondatezza delle ragioni addotte

Oltre all’accertamento della maturità psico-fisica, il giudice deve verificare la sussistenza di fondate ragioni e gravi motivi che spingono il minore a domandare l’autorizzazione alle nozze.
Anche per questi concetti manca totalmente una definizione legislativa: è ormai pacifico che la fondatezza delle ragioni si riferisca alla verificabilità in concreto delle motivazioni addotte dal minore alla sua richiesta di autorizzazione, cioè le ragioni devono essere fondate in quanto oggettivamente verificabili dal giudice.

Per quanto riguarda i gravi motivi, sono da riferire alle motivazioni che spingono i soggetti a richiedere l’autorizzazione a contrarre matrimonio prima della maggiore età e non alle ragioni relative alla decisione di sposarsi. In termini generali, occorre considerare grave il motivo ogni volta in cui, non autorizzando il matrimonio, si priva il minore di una positiva esperienza di vita o si frappongono ostacoli alla sua realizzazione personale.

Un nodo fondamentale da sciogliere in tema di gravi motivi, riguarda lo stato di gravidanza della minore da ammettere al matrimonio.
In generale, giurisprudenza e dottrina affrontano la questione da un punto di vista del tutto teorico, ignorando assolutamente i diritti del nascituro: il concetto di maturità psico-fisica e di gravi motivi diventano le uniche realtà su cui, per legge, il giudice deve costruire la propria decisione e non esiste un nascituro come soggetto di diritti: esiste solo il fatto della gravidanza da commisurare alle condizioni di maturità dell’interessata.
Volendo fare un commento critico, si potrebbe osservare che, alla resa dei conti, la minore richiedente non è l’unico soggetto minorenne da tutelare: c’è anche il nascituro, a cui è lo stesso ordinamento giuridico ad attribuire dei diritti, in altri ambiti, e al quale, forse, in questo frangente, si dovrebbe pensare maggiormente.

Il procedimento di autorizzazione

Il provvedimento dev’essere chiesto con ricorso a cura del diretto interessato.
Questa capacità riconosciuta al minore, pur legalmente incapace, chiarisce che il legislatore ha voluto garantire la diretta gestione da parte dell’interessato alle sue vicende matrimoniali, introducendo una fattispecie peculiare di capacità d’agire anticipata, per un singolo e specifico atto.

Competente a ricevere e a pronunciarsi sull’istanza del minore è il Tribunale per i Minorenni che deve sentire il Pubblico Ministero e i genitori (o il tutore) del richiedente. Questo parere che viene richiesto, non ricalca affatto la fattispecie dell’assenso, ma opera esclusivamente come indice indiretto per una migliore valutazione della maturità psico-fisica del minore o della fondatezza delle ragioni addotte a fondamento dell’istanza.
Il Tribunale si pronuncia con decreto motivato, che viene comunicato al PM, agli sposi e ai genitori e può essere impugnato nel termine perentorio di 10 giorni dalla comunicazione: il provvedimento acquisterà efficacia solo dopo che sia trascorso inutilmente il termine per l’impugnazione.

L’impugnazione

Il reclamo può essere proposto per qualunque motivo, formale o sostanziale, di legittimità o di merito.
Può essere fatta valere come motivo di reclamo anche la mancanza del parere che PM e genitori sono chiamati a dare.
La valutazione della Corte d’Appello dovrà riguardare, sia pure sulla base di indici ulteriori, eventualmente non prospettati in primo grado, la maturità psico-fisica del minore al rapporto matrimoniale e la fondatezza e la gravità dei motivi addotti a giustificazione dell’istanza.
La norma non specifica a chi competa il potere di proporre reclamo, ma la decorrenza del termine dalla comunicazione del decreto lascia intendere che il potere di reclamare competa a tutti i destinatari della comunicazione, cioè al PM, ai genitori (o al tutore) e agli sposi.

Ph. by Melinda Gimpel 

Matrimonio ecologico

Matrimonio ecologico ed ecosostenibile

Ieri era la giornata mondiale delle api.
Da qualche anno sono particolarmente sensibile a questa tematica e sono particolarmente affezionata a questo insettino. Che, paradossalmente, è l’unico di cui non ho la fobia.

Non so se dipenda dal fatto che è colorato e quindi la mia attenzione è catturata da quello. Oppure se giochi la sua intelligenza, la sua organizzazione e, soprattutto, che sia fondamentale per la sopravvivenza del pianeta. Comunque sia, il punto è che, se potessi, mi metterei un alveare sul balcone. Ma temo che i vicini avrebbero qualcosa da dire. Quindi mi accontento di avere i fiori e di affacciarmi ogni tanto per vedere se ci si posano sopra.

In generale devo dire che trovo le api molto rock: non sono addomesticabili, e già questo gioca a loro favore. Però allo stesso tempo possono tranquillamente vivere in simbiosi con gli apicoltori, come racconta molto bene il sito beeactive.it.
Questo significa, in soldoni, che vanno dritte per la loro strada. Hanno la loro organizzazione sociale, le loro preferenze di fiori, rispettano chi vive accanto a loro ed interagisce con loro, ma non permettono al primo che passa (l’uomo, in questo caso) di interferire su come vivere la loro vita. Sanno di avere un ruolo importante nell’ecosistema e mantengono il loro equilibrio, interno ed esterno.
Sì, confermo. Un’anima rock.

Questa mia preferenza per le api mi ha man mano portata ad abbracciare altri progetti, tra cui quello del Basta Poco, creato dal mio amico Stefano Rosa.

E a creare una mia idea di matrimonio ecologico, ecosostenibile ed ecocompatibile.

Come?

Le accortezze possono essere davvero tantissime.
Non ho la pretesa che sia un matrimonio ad impatto zero, perchè quando si organizza un evento con tante persone e con degli spostamenti e cambi di location, questo è un obiettivo abbastanza utopistico. Ma l’impatto può essere comunque discretamente vicino allo zero.

Per esempio, facendo il numero di libretti della cerimonia strettamente necessario, senza abbondare come si fa abitualmente. E magari stampandoli su carta riciclata e rilegandoli con materiali naturali o di recupero.
E lo stesso per le partecipazioni e gli inviti.

Un’altra idea potrebbe essere quella di scegliere un’auto elettrica o a metano e far spostare tutti gli invitati insieme attraverso l’uso di un pullman, in modo da non duplicare gli agenti inquinanti.

O addirittura scegliere una location unica dove si possa fare sia la cerimonia sia il ricevimento e dove sia anche possibile pernottare, in modo da non avere affatto spostamenti. Se poi è anche un agriturismo dove si possono gustare cibi sani a chilometro zero… il gioco è fatto.
Posti così fidatevi che esistono. Sì, anche a Milano. E sì, anche con anima rock.
Un esempio?
L’agriturismo Cascina Selva. Uno dei titolari è anche uno speaker a Radio Rock’n’Roll. E ovviamente hanno anche lo spazio per montare il palco.

Poi possono esserci mille idee alternative.
Fare solo un piccolo buffet tipo picnic, aperitivo o merenda; usare piatti riciclabili e compostabili come quelli pensati dal mio amico Paolo Demo; al posto delle bomboniere regalare piantine, oppure fare le partecipazioni con quella speciale carta che può essere piantata e da cui crescono dei fiori.

In ogni caso, nessuno mi toglie dalla testa che vedere due sposi che lasciano la chiesa in sella ad un tandem sia una cosa davvero molto, molto, molto rock.

Voi cosa ne pensate?

Quanto costa una wedding planner

Ma quanto mi costi??

Vi ricordate la pubblicità della Telecom (o si chiamava ancora Sip?) della ragazza che telefonava al fidanzato e diceva “Ma mi ami? E quanto mi ami? Ma mi pensi? Ma quanto mi pensi?” e poi interveniva il la madre con un esasperato “Ma quanto mi costi??” perchè la chiamata era in teleselezione.

Bene, non so se siate nella fascia di età di chi può ricordarselo, ma lo spot finiva con la ragazza che spiegava che con la Sip (ho controllato, confermo che era Sip) la teleselezione costava come la tariffa urbana.

Ecco, con la wedding planner potremmo più o meno fare lo stesso discorso.

E’ ovvio che i costi ci sono. Ma vi posso garantire che un matrimonio fai-da-te (no Alpitur, per restare sempre in tema con le pubblicità Anni Ottanta) non viene a costare meno.
Per vari motivi.
Partiamo dai motivi strettamente economici:

  1. Le wedding planner hanno generalmente dei fornitori di fiducia, che offrono dei prezzi agevolati.
  2. Per quanto i fidanzati possano passare tempo a cercare i fornitori, non ne potranno mai visionare tanti quanti ne conosce una wedding planner, che quindi saprà dove meglio indirizzarsi per ottenere il miglior rapporto qualità-prezzo, in linea con quello che desiderano gli sposi.
  3. Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Se non si fa firmare un contratto preciso ai fornitori, si rischia di non avere quanto pattuito. Le wedding planner lo fanno anche con i fornitori con cui collaborano abitualmente, per non correre rischi di nessun tipo. Che poi ci può essere quello che tenta comunque il colpo gobbo, anche se c’è un contratto, ma almeno si viene tutelati dalla legge. Se gli sposi, nel matrimonio fai-da-te, si accontentano di una stretta di mano di qualcuno che non conoscono, il rischio è decisamente elevato.

Poi ci sono da considerare i motivi “morali”, per così dire.
Tutte quegli inconvenienti che possono accadere (e accadono, diciamoci la verità, perchè non va MAI tutto liscio) e che possono rovinare la festa, pur senza cagionare un danno economico.

Un esempio su tutti?

Facciamo conto che la macchina degli sposi improvvisamente non si metta più in moto mentre la coppia è in chiesa a celebrare il matrimonio.
Se c’è una wedding planner, l’autista si rivolge a lei e nel tempo della cerimonia si trova una soluzione, in modo che quando gli sposi escono abbiamo comunque un mezzo di trasporto.
Se la wedding planner non c’è… beh, gli sposi scopriranno il guasto all’uscita dalla chiesa e dovranno occuparsi loro (o chi per loro) solo allora di risolvere il problema. Facendo slittare tutto e facendo inevitabilmente arrivare tardi al ricevimento.

Potrei citare decine di questi esempi.
La verità è che avere qualcuno che faccia in modo che la giornata fili liscia (alla percezione degli sposi, perchè ripeto, non fila MAI tutto liscio, ma l’importante è che… the show must go on) è impagabile.

Io posso anche giurarvi sui Beatles che i prezzi delle wedding planner non sono così esorbitanti come credete, ma la verità è che finchè non chiedete un preventivo e non prenotate una consulenza, non potrete mai verificarlo voi stessi.

Poi certo che se interpellate Enzo Miccio allora magari costicchia un pelo di più…

La storia del rock

Rock o Punk?

Da ormai due mesi parlo regolarmente con Tiziana Iozzi e, rapportandomi con lei, ho avuto modo di approfondire quella che è una conoscenza a distanza… ma non per le ragioni legate al Covid. Semplicemente perchè lei è di Pescara e io di Milano. Poi ok, c’è di mezzo anche la situazione particolare che stiamo vivendo, ma in questo caso è un dettaglio.
O meglio, è un dettaglio per quanto riguarda la comunicazione tramite telefono e computer, ma oggettivamente se non ci fosse stata questa “pausa di riflessione” non avrei mai avuto occasione di approfondire questa conoscenza, di cui sono felicissima.

Un paio di settimane fa, durante una conversazione, mi è venuto da dirle che lei, secondo me, è decisamente rock.
Al che si è messa a ridere, perchè a vederla non si direbbe proprio. Ma in realtà, lei per prima ci si ritrova molto in questa definizione.

Dopo un paio d’ore ricevo un suo messaggio che mi chiede la differenza tra rock e punk, perchè la sua socia la ritiene più sul punk.

A questo punto occorre un chiarimento e per farlo, bisogna partire dalle origini.

Il rock (incredibile ma vero) è un genere musicale di origine afro-americana.
Nasce come risultato di differenti stili popolari sviluppatisi negli Stati Uniti a partire dagli anni Cinquanta e ha mantenuto, nonostante la grande diversificazione delle sue correnti, alcune caratteristiche comuni: dal punto di vista musicale, è prevalente l’uso di chitarre amplificate e tastiere elettriche; dal punto di vista dei contenuti, i testi delle canzoni sono tendenzialmente ispirati a temi sociali e d’attualità, quasi del tutto assenti nelle altre forme di musica leggera dell’epoca.

Nel 1955 Bill Haley lancia la canzone Rock Around the Clock… ed è subito rock’n’roll!
Il genere esplode prima in America e poi in Europa e nel resto del Mondo, portato in auge da artisti come Jerry Lee Lewis ed Elvis Presley.

Negli Anni Sessanta, avviene invece il processo inverso, vale a dire che la musica di gruppi europei come i Beatles (solo per fare l’esempio più noto) invase il mercato americano e proprio sulle note della musica rock partirono le manifestazioni di contestazione giovanile, che trovarono il loro culmine nei grandi concerti all’aperto di cui la storia conserva memoria (Monterey Pop nel 1967, Woodstock nel 1969 e l’isola di Wight nel 1970).

Negli Anni Settanta il rock subisce grandissime trasformazioni, grazie alla contaminazione con altri generi musicali.
Dall’incontro con il jazz nasce il jazz-rock dei Soft Machine; la musica classica europea ispirò il prog dei Genesis e degli Yes; dall’avanguardia newyorkese parte il cosiddetto glamour rock di David Bowie. E via dicendo, con varie sperimentazioni legate anche a nuove tecnologie e ad un influsso sempre più pesante della musica elettronica.

Sempre in questo periodo nasce la necessità di “alzare la voce” e da qui trae origine l’hard rock di gruppi come gli AC/DC, nonché il punk rock di Ramones e Sex Pistols.

Ovviamente il rock non si è fermato agli Anni Settanta: è andato avanti, si è evoluto, nuove correnti si sono create, altre sono venute meno, altre ancora sono state per un periodo “messe in pausa” per poi essere riprese verso la fine del XX secolo.

Mi premeva, però, arrivare fino alla nascita del punk per rispondere alla domanda di Tiziana.
E, riguardo a lei, io confermo quanto detto in precedenza. Per me Tiziana è rock. Hard rock.

Vibrazioni

Le vibrazioni della musica

Vi è mai capitato di avere una canzone che vi gira in testa e non riuscite a scacciarla? Che diventa quasi un tormentone, ce l’avete sempre, costantemente nell’orecchio?

Se vi capita, vi invito ad andare a vedere il testo della canzone e a leggere le parole. Con altissima probabilità descriveranno esattamente la situazione della vostra vita in quel momento.

Non c’è un’evidenza scientifica di questo fatto, è semplicemente un dato empirico e di esperienza. Capita così.

Ma perchè capita?

Senza addentrarci nei meandri della fisica quantistica, perchè altrimenti potremmo scriverci un’enciclopedia, dirò semplicemente che è mia ferma convinzione che sia una questione di vibrazioni.

La musica è vibrazione, già per definizione.
La musica è il suono prodotto dalla vibrazione di un corpo elastico.
Quindi le corde degli strumenti a corda, l’ancia degli strumenti a fiato, le corde vocali della voce…

Questa vibrazione genera un’onda sonora, che arriva al nostro orecchio che, tramite la vibrazione degli organi interni del nostro apparato acustico, la percepisce e manda l’informazione al cervello.

E’ attraverso questa vibrazione che noi ci emozioniamo con una musica.
Perchè la vibrazione di quella musica si colloca sulla stessa frequenza delle nostre vibrazioni in quel momento. Delle vibrazioni del nostro corpo, del nostro cuore, della nostra energia.

E il motivo per cui una certa canzone descrive la nostra vita in quel momento è semplicemente dovuto al fatto che anche le parole hanno una vibrazione.
E quindi, oltre alla vibrazione della musica, anche quella delle parole si combina perfettamente con la nostra vibrazione in quel dato periodo.

Io ho avuto, sin’ora, tre canzoni che hanno avuto per me questo effetto e tutte descrivevano perfettamente quello che sentivo e vivevo in quella fase della mia vita:
1) “Rebel rebel” di David Bowie, nel 2017/2018
2) “Celebrity Skin” delle Hole, nel 2018/2019
3) “Space Oddity” di David Bowie a fine 2019

In questo periodo continua a girarmi in testa quella che trovate qui sotto.

Cosa ne pensate? Che significato potrebbe avere, secondo voi?

Matrimonio – natura giuridica

La natura giuridica del matrimonio

Ph. by Bill Oxford

Mentre pensavo al piano editoriale per questo blog, mi è venuto in mente di inserire anche qualche argomento giuridico.

Perchè in effetti ogni tanto mi dimentico di essere una giurista.

E la prima cosa di cui vorrei parlare, a questo proposito, è quella che amo definire la più grossa eresia giuridica che esista, vale a dire la frase: “Il matrimonio è un contratto”.

Cercherò di chiarire il concetto una volta per tutte, in modo che non ci possano più essere fraintendimenti in merito.

Il matrimonio NON è un contratto.

Per dimostrare questa mia affermazione, parto dalla definizione di “contratto” secondo l’art. 1321 Cod. Civ.
Il contratto è l’accordo tra due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”.

Possiamo vedere come il contratto sia un accordo tra due o più parti. Quindi anche tre, quattro, cento, mille parti.
Come ad esempio i Contratti Collettivi Nazionali per le categorie lavorative. Tutti i lavoratori appartenenti a quella categoria sono parti di quel contratto collettivo.
Il matrimonio, invece, è un accordo fra due sole parti, cioè i due sposi (che in legalese stretto si chiamano “nubendi”).

E già questo basterebbe per dimostrare che il matrimonio non appartiene alla categoria dei contratti. Ma andiamo avanti, perchè ci sono altri dettagli.

Il contratto è finalizzato a costituire, regolare o estinguere un rapporto giuridico.
Il matrimonio sicuramente non estingue nessun rapporto giuridico.

Infine la parte meno intuitiva. Il contenuto patrimoniale.

Sì, perché quasi tutti ritengono che, siccome il matrimonio può essere con comunione o separazione dei beni, allora sia a contenuto patrimoniale.
Ma questa deduzione non è corretta.
Infatti il matrimonio ha un contenuto primariamente personale, perché volto alla costituzione di un nuovo status personale tra i coniugi.
Poi ha anche conseguenze patrimoniali, ma non sono l’essenza del matrimonio, né il suo scopo principale (almeno nelle intenzioni del legislatore…).

Quindi il matrimonio che natura giuridica ha?

Il matrimonio è un negozio giuridico bilaterale personale.

Spero che questa spiegazione sia stata abbastanza chiara e sia altrettanto chiaro perchè l’affermazione che il matrimonio sia un contratto equivale a un’eresia giuridica…

Per qualsiasi informazione o chiarimento ulteriore, contattatemi!

Galateo – Lezione 2

Galateo – Lezione 2

Come vestirsi al matrimonio – gli uomini

Ph. by Kats Weil

Il presupposto è lo stesso del precedente post.
Io organizzo matrimoni rock, quindi per me lo sposo potrebbe presentarsi all’altare con il chiodo e gli anfibi.
Ma qui non stiamo discutendo i gusti personali, bensì quello che stabiliscono le regole del bon ton per i signori uomini, quando sono invitati ad un matrimonio.

Non c’è storia. Che vi piaccia o no, il galateo impone l’abito.
E anche se gli errori di abbigliamento degli uomini passano, in generale, un po’ più inosservati di quelli delle Signore, è sempre bene conoscere le regole per evitare grossolani scivoloni.

Per una panoramica completa potete guardare questa interessantissima pagina che contiene informazioni molto utili per il bon ton.

In generale possiamo riassumere così:
1) L’abito dev’essere un completo, mai uno spezzato. Anche se sei gggiovane ed è una cosa easy. Lo spezzato fa cafone.
2) Dev’essere di colore blu scuro o grigio. Il nero va bene, ma vale quanto detto per le donne: se tutti fossero in nero, si perderebbe l’allegria della festa e sembrerebbe più un funerale che un matrimonio.
3) La camicia dev’essere bianca o azzurra (no alle fantasie in stile Magnum P.I. e no ai rigati) e la cravatta dev’essere in tinta unita o fantasia molto sobria (se abbinate la cravatta rossa con gli elefantini ad una camicia con le rigone turchesi, giuro che vengo a prendervi per le orecchie).
4) NON va portato il gilet, perchè è un’esclusiva dello sposo.
5) La pochette (fazzoletto da taschino) NON dev’essere abbinata alla cravatta.
6) Le calze devono essere LUNGHE (assolutamente no ai fantasmini! Per ogni calzino che lascia la caviglia scoperta, un wedding planner muore).
7) Le scarpe devono essere pulite (sembra una banalità, ma non potete davvero capire…), stringate e rigorosamente nere (anche se l’abito è blu).
8) I gioielli diversi da fede e orologio sono banditi. I gemelli per la camicia vanno bene, ma solo se piccoli e poco appariscenti.

In generale, comunque, l’abito dev’essere adatto al contesto, come per le donne.
Se il ricevimento è in agriturismo, si potrà utilizzare un abbigliamento più semplice; se è in villa, dovrà essere più elegante.
Se la cerimonia fosse molto elegante e lo sposo indossasse il tight, sarebbe un gesto di grande rispetto ed eleganza se anche gli invitati lo indossassero.

Queste sono più o meno le regole base. Poi siamo sempre lì… tutto si può fare, volendo. Se gli sposi decidono che vogliono tutti gli invitati in canotta e bermuda, saltano ovviamente tutte le regole. Qui vi sto semplicemente illustrando quello che prevede l’etichetta tradizionale. Perchè ogni regola può essere infranta, superata o ignorata, basta solo sapere che esiste e agire con consapevolezza.

Ph. by Hian Oliveira

Galateo – Lezione 1

Galateo – Lezione 1

Come vestirsi al matrimonio – le donne

Ph. by by Jonathan Borba

Partiamo da un presupposto.
Io organizzo matrimoni rock, quindi l’essere anticonformista fa parte di me.
Pertanto, per quanto mi riguarda, ai matrimoni potete andarci vestite come ritenete più opportuno, purché sia rispettoso del luogo in cui avviene la celebrazione.

Detto questo, tuttavia il galateo prevede delle regole, che è bene che siano conosciute per poter essere consapevoli e libere di decidere cosa indossare.
Anche contravvenendo a dette regole. L’importante è averne coscienza.

Il galateo, come tutte le cose, si è modificato nel tempo e quindi se una volta si riteneva che semplicemente le donne dovessero evitare di vestirsi di bianco, nero e viola, oggi le cose sono un po’ cambiate.

L’unica cosa a cui si deve fare davvero attenzione è quella di essere discrete e poco appariscenti: la protagonista dell’evento è la sposa e quindi lei dev’essere l’unica donna al centro dell’attenzione.

La prima regola che una signora deve seguire, nello scegliere il proprio abito, è il colore. Si devono assolutamente evitare:
1) Il rosso, perché troppo appariscente
(così come i colori fluo… ma se avete capito il concetto, che ve lo dico a fare?)
2) Il bianco, perché è un colore esclusivamente riservato alla sposa
(doveva stare al punto 1? Nooooo… guardate il punto 3)
3) La tinta dell’abito da sposa, nel caso in cui, anziché bianco, sia colorato
(ebbene sì, dovete farvi lo sbattimento di chiedere alla sposa o indagare indirettamente)
4) Il nero può essere indossato, ma evitando il total black
(se troppi invitati scegliessero il nero, sarebbe un mood da funerale, invece che da matrimonio)

Inoltre ci sono alcune altre regole che vertono su alcuni particolari… interessanti.

Le donne non devono indossare i pantaloni (ma alla sposa sono concessi. Però va beh… è la sposa, cosa vuoi dirle??).
Il cappello può essere indossato solo al mattino e solo se lo indossano le madri degli sposi. E comunque deve essere poi indossato per tutta la durata del matrimonio, senza poter essere tolto.
Le borse devono essere di piccole dimensioni e le scarpe devono essere indossate con le calze, anche in estate.
Assolutamente vietati gli stivali, perchè sono calzature sportive, non adatte ad un evento elegante come un matrimonio.

Quindi, cosa ne pensate?
Sono regole troppo stringenti?
Avevate mai valutato alla luce di questi dictat il vostro abbigliamento per i matrimoni?

Ph. by Amy Kate

primo consiglio

Suggerimenti in pillole

Da qualche giorno ho aperto un canale youtube dove pubblicherò dei video molto brevi, di due o tre minuti, per dare dei “suggerimenti lampo” a tutte le coppie che si apprestano ad organizzare il loro matrimonio.

Non sono consigli prettamente rock.
A volte sì, ma lo scopo principale è dare una mano ai fidanzati che, in questo momento così poco semplice, hanno deciso di mettere il loro amore davanti a tutto.

E siccome credo che l’amore sia la risposta che dobbiamo dare ogni giorno al mondo, ritengo giusto regalare qualche dritta, qualche pillola di saggezza che deriva dall’esperienza, dallo studio e… da tanti errori.
Perchè sì, di errori ne facciamo tutti, continuamente. L’importante è imparare da essi. E siccome io, facendoli, ho imparato, adesso voglio condividere quanto appreso con le persone che ne hanno bisogno.

Quindi sarò onorata da ogni click fatto sul mio canale e da ogni riproduzione dei miei video.

Lo scopo superiore

Lo scopo superiore

Photo by Mitchell Orr

Durante questa permanenza forzata a casa, ho avuto modo di riflettere molto. E di formarmi.
Sto seguendo una serie di webinar all’ora di pranzo, dove vari formatori trattano l’argomento della comunicazione efficace, ciascuno nel proprio settore specifico.
Quindi c’è stato lo specialista di comunicazione teatrale, di comunicazione attraverso i blog, di linkedin, di inbound marketing, ecc…

In particolar modo, l’esperto di pubbliche relazioni, Gerardo Capozzi, ha posto l’accento su una domanda che ogni persona (ma in particolare se professionista o imprenditore) dovrebbe farsi, in relazione alla propria attività lavorativa: cosa desideri veramente? Qual è il tuo scopo superiore?

Io ho riflettuto molto su questa domanda.
Ho iniziato a fare questo lavoro quasi per caso, perchè mi piaceva e mi riusciva bene.
Ma poi, quando è stato il momento di decidere… perchè ho voluto renderlo la mia attività principale?

E la verità, poco a poco, è venuta a galla.

Nella mia testa, come in quella di molte bambine – complici le principesse Disney – c’è sempre stato il matrimonio delle favole.
Però poi succede che cresci e ti rendi conto che è più importante avere accanto la persona giusta, rispetto all’avere un matrimonio da Cenerentola.
Perchè sposarsi con uno qualsiasi solo per il giorno del matrimonio, non è proprio una scelta furba.

E cosa succede se la persona giusta non arriva mai?

Beh… niente.
Si vive comunque benissimo da sole. Ci si realizza, si fanno cose che piacciono, si frequentano amici, si viaggia. Si è felici.

Ma allora quel giorno meraviglioso con l’abito lungo, i fiori, la musica…? Che fine fa?

Ed ecco qui la risposta alla domanda iniziale.

Io non so se la Vita mi riserverà la possibiltà di incontrare la persona giusta e di sposarmi.

Ma voglio fare in modo che tutte le donne che incontrano la “loro persona” possano avere la giornata dei loro sogni, quella che immaginano da sempre… o anche da poco tempo, ma che sicuramente resterà con loro per il resto dei loro giorni.

Questa è la mia missione, il mio scopo, quello che voglio essere e realizzare.

Poi va beh, l’Universo mi ha fatto conoscere il rock…
Ma questa è un’altra storia.

E tu?
Tu sai qual è il tuo scopo superiore? Sai ciò che desideri veramente? Qual è il dono che vuoi fare al resto del mondo?

Photo by Dino Reichmuth